Milano: una danza mimesica con Pasolini Alessio Boni e Marcello Prayer sfiorano le corde del cuore non ancora sopite.
Nella suggestiva atmosfera del Teatro di Verdura, il 7 settembre si sono elevate due voci – quella di Alessio Boni e di Marcello Prayer - per una sera elette poetanti come coni di luce in penombra. Un progetto-omaggio al poeta, scrittore, cineasta e critico Pier Paolo Pasolini, particolare e pienamente in linea con la sua direzione artistica, oltre che di vita. I due attori ne ripercorrono la poetica attraverso ventuno movimenti intrecciati ed intrisi di realtà e verità (ndr. tema della serata) del suo tempo, ma ancor più prefigurazione dell'attualità. Pasolini si proponeva una riproduzione totalmente mimetica della realtà circostante: l'autore doveva svestire i panni della propria cultura e classe per identificarsi con un altro "tipo" umano, con annesse le motivazioni elementari (fame, soldi, sesso) che permettono la sopravvivenza. Questa sua visione sembra aderire ad una messa in scena all'insegna del metodo mimico, ideato da Orazio Costa Giovangigli, base della formazione attoriale in scena. Colpisce come i due artisti si distinguano nelle loro peculiarità: Alessio Boni per lo slancio comunicativo con cui si cala nei paesaggi veristi e metaforici dei componimenti; Marcello Prayer spicca per la sua abilità di rintracciare l'origine simbolica della parola in rima, restituendola all'ascoltatore. Allo stesso tempo trasmettono l'immagine omogenea di due voci che si fanno una a servizio della parola, conferendo spessore ai versi di un "poeta vate" del nostro tempo. L'allestimento della lettura risalta per la scelta coraggiosa di rendere le voci e la mimica strumento, e a loro modo, co-protagoniste della lirica in scena. Una prova di come non sia necessario un'artificiosità di cornice, ma "solo" un «legame fra forma totale e forma dell'apparato fonatorio» (ndr Orazio Costa) con gioco luministico. Quasi come coreografie, i passi selezionati scivolano sotto gli occhi della platea, attraversando le fasi pasoliniane della costruzione perenne dell'ossimoro sacro vs. sconsacrato. Trafigge la sottile denuncia della bieca normalità a cui siamo allevati («Madri feroci, intente a difendere/quel poco che, borghesi, possiedono,/la normalità e lo stipendio», ndr da "Ballate delle madri"), partoriente talvolta del "teddy boy", nella maggior parte dei casi di un "feto adulto" (ndr da "Io sono una forza del passato"). Occhio di bue sulla bellezza mangiata «dal potere» della divina Marilyn, svanita come «un pulviscolo d'oro» (ndr "Marilyn"); mentre sgorgano da «un misero e impotente Socrate/che sa pensare e non filosofare» gocce di pioggia pietrificante (ndr da "Versi sottili come righe di pioggia"). Valzer, miagolii, parole in musica traghettano, tra commozione e sottile sorriso, verso la fine del viaggio, che quasi ciclicamente ritorna all'origine con "Supplica alla madre" verso un futuro profetizzato come "schiavo". In chiusa di rappresentazione, oscurati i recitanti, prende la parola direttamente Pasolini in un frammento d'intervista con Enzo Biagi. A lui il compito di emettere la verità più profonda: «invecchiando si diventa allegri perché si ha meno futuro e meno speranze». I due interpreti ci invitano magistralmente a seguire questa chiave di conoscenza, lasciando parlare il sacro fuoco di quella "merce inconsumabile", così come lo stesso Pasolini definiva il suo produrre. «La vita latente delle forze mimiche continua a operare intimamente, fuori delle manifestazioni vistose ed esplosive di quei radicali della danza che si erano fatti alla luce durante l'infanzia, nell'attività di ogni individuo, a più forte ragione, essa si prolunga nella vita interiore dell'artista». (ndr O. Costa) Una pièce che testimonia l'impegno a non mercificare la letteratura e ancor più la vita, ci insegna ad entrare in ascolto empaticamente dell'altro e delle cose, suggerendoci il sapore dell'ineffabile.
Teatro di Verdura, Milano – 7 settembre 2009 Maria Lucia Tangorra
11 / 09 / 2009
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