Moni Ovadia torna a Roma per raccontarci un viaggio storico lungo settant'anni 
«Perché il capitalismo ha vinto e il comunismo ha perso? Sono sicuro che molti di voi hanno perso il sonno tentando di trovare una risposta a questa domanda… ebbene, probabilmente alla fine di questo spettacolo, ce l’avrete». Ecco come esordisce Moni Ovadia nel suo ultimo spettacolo RABINOVICH E POPOV, e da qui parte per condurci in un lungo viaggio storico che racconta e spiega anche quello che non è risaputo della storia del comunismo nell’unione sovietica e nel mondo, dei suoi protagonisti, di chi ha partecipato, degli ebrei, della classe operaia e dei grandi personaggi che si sono susseguiti per portare avanti quella rivoluzione. Ma non lo fa come uno storico, se ne guarda bene, piuttosto come un eccelso cantastorie quale è, avvalendosi di musica, canti, letture, barzellette, esperienze e aneddoti capitati ad un simpatico personaggio che viaggia con lui lungo il corso di questa storia e che spesso non riesce a non piangere, ridere, adulare o rispondere, un passionario e fumantino che rappresenta bene l’ebreo russo iscritto al partito comunista bolscevico che partecipa attivamente a questo pezzo di storia, da Lenin, definito “genio della Rivoluzione” “il Napoleone degli operai” a Breznev passando per Trozky, Stalin e l’ingiustamente dimenticato Krushov . L’unione Sovietica, racconta Moni Ovadia, è stato il primo paese che ha messo al bando l’antisemitismo, questo era considerato un reato contro lo stato sovietico, anticostituzionale dopo la rivoluzione russa del ‘18. A quel tempo una cosa insolita se pensiamo che in Germania, pochissimi anni dopo, sarebbero avanzati i nazisti e in altri paesi c’erano legislazioni antisemite ufficiali, ebbene, in Unione Sovietica accadeva il contrario. Questo solo per spiegare quale passione gli ebrei del mondo nutrissero verso lo stato sovietico. Negli Stati Uniti d’America ci sono due fratelli ebrei, accaniti sostenitori del socialismo e del comunismo, i due vanno dalla loro madre e dicono: ‘Noi andiamo via da questo schifoso stato capitalista, vogliamo costruire il socialismo in Unione Sovietica, vediamo questo come il futuro per gli ebrei’. Lo spettacolo, porta in scena le grandi speranze e le tragedie immense che hanno attraversato l’Unione Sovietica e che lentamente ritrovano vita grazie alle parole e le canzoni di un geniale affabulatore, accompagnato al pianoforte dal bravissimo Carlo Boccadoro, che ripercorre a ritroso una storia tragica e sofferta alternando sarcasmo e ironia, mitologia e tragedia. Senza fare sconti, ma forse con un occhio di riguardo verso gli sconfitti e i diseredati, perché come ha detto lo stesso Ovadia, «sono sempre le vittime a fare la storia». Come un fiume in piena per quasi tre ore di fila canta di uomini e donne che vissero, amarono, sperarono e soffrirono: «Persone vive, pulsanti, non robot e burocrati come il revisionismo cialtronesco vuole far credere». La vicenda della Rivoluzione d’Ottobre e poi del Comunismo Sovietico vista attraverso la lente dell’umorismo che “è l’arma più potente che abbiamo per prevenire la violenza”. Dietro la Rivoluzione, l’Utopia e il tragico destino di quel sogno del comunismo per cui milioni di persone hanno combattuto e ne sono state travolte. In questa scia di speranze, di violenze e di dolore Moni Ovadia ha trovato il tesoro della diceria popolare, della canzonatura, della storiella umoristica dissacrante e tutta una tradizione satirica sui grandi personaggi che questa storia l’hanno fatta, con le loro debolezze, manie, perversioni. Rabinovich è il vecchio ebreo, l'ortodosso, il progressista, il comunista, il rivoluzionario, il controrivoluzionario, il contadino mezzo sordo, il poveraccio, il morto di fame, il deferito, il disilluso, il sospettato, l'assimilato, il discriminato, l'internato, il deportato, è il protagonista degli aneddoti un po' comici un po' cinici che riescono a restituire immagini e colori di un mondo scomparso troppo in fretta. L’attore, di origini bulgare, racconta quanto Lenin fosse amato tra i proletari e che cosa non si facesse per lui, si scrivevano libri, fotografie, articoli, quadri, canzoni… Tutto per il padre e vincitore della Rivoluzione. Erano organizzate pure mostre d’arte, “Lenin e la sua rivoluzione hanno cambiato per sempre la storia dell’umanità. Filosofi e razionalisti come Hobbes, avevano lasciato messaggi terribili, ‘Homo, homini lupus’, ossia l’uomo è come un lupo per il suo simile. Con la rivoluzione bolscevica tutto cambia. La celebre frase si trasforma in ‘Homo, homini compagno lupus’.” Dopo la morte di Lenin, Stalin (erroneamente a lui accomunato) si presentò come il suo erede, prese in mano il partito, la struttura burocratica. Sempre più si sentiva il suo nome ed eventi che inneggiavano alla sua gloria. “In una di queste manifestazioni era presente anche il cartello del compagno Rabinovich con la scritta ‘Io ringrazio il compagno Stalin per la mia infanzia felice’. Rabinovich era un uomo di 85 anni. Un funzionario del partito gli chiese se fosse impazzito: ‘che razza di cartellone hai messo? Quando tu eri bambino il compagno Stalin non era ancora nato’, e Rabinovich rispose: ‘per questo lo ringrazio’.” Ma anche sorridendo non si è certo tralasciato l’aspetto più drammatico della rivoluzione bolscevica, spiegando, attraverso confessioni e aneddoti di tragedie dei ‘non eroi’, la massiccia partecipazione di compagni e cittadini rimasti vittime di questi giochi di potere “Persone vive, pulsanti la cui memoria è anche la nostra memoria. A centinaia di migliaia furono vittime della repressione staliniana proprio perché lealmente comunisti. Tutte vittime strumentalizzate e ignorate ( ventisette milioni di morti sovietici, seppelliti in fosse comuni ma che almeno portano il nome di “fosse fraterne”)”. Un viaggio nel tempo, che attinge anche a documenti, a scrittori e compositori russi dell'Ottocento, tra aneddoti e citazioni colte, da sir Winston Churchill a Mejerchold che dopo essere stato insultato e torturato per giorni scrive una lettera al suo carnefice, fino a chiudere lo spettacolo con la poesia di Evgenij Evtušenko "Arrivederci bandiera rossa... Eri metà sorella, metà nemica". Da non dimenticare l’apporto di un simpatico ed emozionante Boccadoro con brani realizzati appositamente come “i sette nani. (gocciolo, mescolo, dattilo, pendolo, copiolo, mignolo, silviolo)” ma anche un brano capolavoro di Rossini ispirato alle danze siberiane. Ovadia svela con ironia le ottusità del periodo staliniano, facendo crollare tabù e pregiudizi di un periodo oscurantista segnato dai gulag, onorando la memoria delle vittime della repressione <<Non vorrei passare per difensore di quello che fu definito, a torto, "l'Impero del male" – spiega – ma non mi sembra che il capitalismo e Bush abbiano fatto meno danni all' umanità. Non si può prendere a calci un cadavere sepolto da tempo. L'accanimento verso il comunismo vuole annullare le conquiste dei lavoratori e i processi di libertà del Novecento>>. Probabilmente, a tratti anche Moni Ovadia tende a semplificare un po' troppo o ad ironizzare su avvenimenti non propriamente allegri, ma il suo è lo sdegno sincero dell'uomo che cerca di guardare (e al contempo mostrare) alla realtà dei fatti e non intende sottacere alla disinformazione, superficialità, falsità di fatti troppo frettolosamente archiviati, perché «la storia va sempre raccontata per intero».
Giusi Potenza
Lo spettacolo è andato in scena, al Teatro Palladium di Roma, il 30, 31 Gennaio e 1° Febbraio 2009
02 / 02 / 2009
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