Omaggio a Cesare Pavese - Non fate troppi pettegolezzi;
Un'idea di Fabrizio Gifuni da Cesare Pavese. Testi da ''Ciao Masino'', ''Poesie Giovanili'', ''Rinascita'', ''Lavorare Stanca'', ''Le febbri di decadenza'', ''Blues della grande città'', ''Estravaganti scelte'';
Cast: Fabrizio Gifuni, Cesare Picco al pianoforte;
Due autori apparentemente distanti hanno aperto l'undicesima edizione de La Milanesiana (5-19 luglio 2010) - ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi – con il prologo letterario di Vikram Seth e lo spettacolo "Omaggio a Cesare Pavese - Non fate troppi pettegolezzi" interpretato da Fabrizio Gifuni e Cesare Picco. Quest'anno la trama della manifestazione si sviluppa sui Paradossi e, anche se a prima vista Seth e Pavese sembrerebbero non in sintonia col tema, l'inviato culturale Ranieri Polese introduce il pubblico al legame che li unisce: una musica costante (omonimo titolo del romanzo di Seth edito da Longanesi nel 1999 ndr).
«[...] Come lo stesso poeta avrebbe potuto scrivere due poesie completamente diverse sullo stesso argomento e con lo stesso titolo»? - si è domandato Seth a fronte della richiesta del compositore Alec Roth di tornare indietro rispetto alla poesia "Fuoco". L'artista indiano offre un assaggio del suo spirito creativo svelando le tappe di elaborazione di una composizione poetica con relativa messa in crisi dell'ispirazione dettata dalla musa. Nella seconda versione di "Fuoco" permette, invece, che la parola scritta, declamata, si faccia inno dell'elemento fuoco in armonia con le altre sei essenze vitali (terra, aria, acqua, spazio, metallo e legno) superando l'impasse di una prima edizione più letteraria, ma meno diretta.
«La vera poesia, per definizione quasi, è là dove, interrotto o annullato il flusso del ripetersi quotidiano previsto, si affaccia, col suo inconfondibile accento, l'inedito; inedito, e l'attore lo sa, che può proprio venire a battezzare e salvare anche il quotidiano, non necessariamente lo straordinario» (da "Come può nascere l'attore" 1947 ndr) - il maestro Orazio Costa racchiude in questo pensiero l'idea profonda insita nel poetare. La parola nuova diventa in Pavese strumento di ricerca del legame viscerale tra la natura e l'io, un anelito verso la libertà che si fa sinfonia. Fabrizio Gifuni crea, infatti, una drammaturgia originale sulla spina dorsale di "Ciau Masino" (scritto tra settembre del 1931 e febbraio del 1932, pubblicato postumo nel 1968 ndr), ed in particolare de "Il Blues delle Cicche", offrendo al poeta di poter fare, oggi, una canzonetta «né per pubblicarla né per leggerla in giro. Fare una canzonetta. Una specie di bisogno fisico». La prosa del racconto s'incastona con il lirismo di versi intervallati da pensieri in libertà e dalle note musicali su cui s'intarsiano ora le parole ora l'ineffabile silenzio. L'attore plasma un viaggio coerente alla melodia tracciata dallo stesso autore restituendolo nella sua lotta tra l'istinto vitale e quello di morte senza cadere mai nei luoghi comuni cui siamo abituati, primo tra tutti quello del Pavese suicida. Gifuni non viene meno alla verità storico-biografica, ma lascia parlare il testo - non c'è spazio per deduzioni e congetture. Scopriamo così la vena della scrittura sincopata jazzistica nella storia di Masino; un arcobaleno di lingue (napoletano, piemontese, francese e inglese maccheronici) si avvicenda tra il serio e il faceto nel dipanare il romanzo di formazione. «Se musica e parole son d'un diverso stato d'animo... voglio dire sentimento... Bisogna che la musica risponda alle parole» ed è proprio a questo atto che si assiste nel connubio attore-musicista a servizio dell'artista. Picco accompagna, difatti, il reading gifuniano non da mera colonna sonora, ma interagendo coi suoni della parola - «io vorrei che, come la musica si è rinnovata ai nostri tempi, si rinnovassero anche le parole. Sa le parole sono il corpo della canzone, - (sorpresa), - come la musica ne è l'anima, - (approvazione). - Penso a parole che rispondano interamente allo spirito della musica d'oggi».
Rimbomba l'allitterazione della cronaca di una morte («Avevo dietro me una rivoltella/Quando fui certo d'essere ben lontano/d'ogni abitato, l'ho rivolta a terra/ed ho premuto./Ha sussultato al rombo,/d'un rapido sussulto che mi è parso/scuoterla come viva in quel silenzio») ne "Elogio del suicida" ed un brivido attraversa lo spettatore pensando come a diciannove anni si possa mettere nero su bianco l'immaginaria fine di un'esistenza. Un ritornello torna in questo iter: «Pavese non fare il cretino».
I posteri non hanno accolto il testamento inciso sulla pagina bianca del suo libro preferito ("Dialoghi con Leucò" 1947 ndr): «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Un fragore è riecheggiato nelle generazioni.
Il merito di questa lettura risiede proprio nel richiamare la sua vera voce e la sua volontà: «in fondo, tu scrivi per essere come morto, per parlare fuori del tempo, per farti a tutti ricordo» (così scriveva il 10 aprile '49 ndr). Il resto è silenzio.
Sala Buzzati (Fondazione del Corriere della Sera) – Milano, 5 luglio 2010
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