Panaro legge l' ''arcaico'' del profondo Sud con sguardo beffardo di Maria Lucia Tangorra;
In pieno stile da cantastorie, l'attore-regista Paolo Panaro inaugura il suo "Méridional Décadance" nella cornice di una serata uggiosa in immancabile clima settentrionale. Immerge immediatamente i suoi uditori nell'atmosfera del tempo – una Sicilia afosissima di fine Ottocento – presentando «il modo di vita feudale» ed i vari personaggi che animano il teatrino: la baronessa Stefania, la figlia obesa Francesca, il figlio bugiardo Fulvio, il rozzo istitutore Michele e la fagoty gallese Giadi. La rielaborazione drammaturgica prende spunto infatti da un romanzo-trattato del kitsch italiano: "Specchio delle mie brame" (1974) di Alberto Arbasino e lo racconta accentuandone la struttura cinematografica e di contaminazione dei modelli letterari precedenti, quali Verga, Tomasi di Lampedusa, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Luigi Pirandello, D'Annunzio e Proust. «"Specchio delle mie brame" è puro divertimento alle spalle delle mode gentilizie siciliane stile "Gattopardo", facendo della metaletteratura sulla letteratura. […] Nelle mie intenzioni dovrebbe essere non tanto un film, quanto piuttosto le sedute di sceneggiatura tra un gruppo di sceneggiatori cialtroni e mascalzoni che continuano a mettere dentro pezzetti di trame rifritte e déja vu di livello infimo con il solo scopo di realizzare un film scollacciato» (da "Alberto Arbasino. Conversazione con Gabriele Pedullà" ndr). Panaro diverte la platea grazie alle sue peculiari capacità interpretative, versatili nella modulazione delle tonalità vocali (femminili e maschili), ma non solo, facendosi quasi ambiente. L'attore, formatosi presso la Scuola di Interpretazione ed Espressione Scenica di Orazio Costa Giovangigli a Bari, pone in campo a tutto tondo l'abilità di creare figurativamente delle scene con il solo movimento corporeo coadiuvato dalla parola. Quasi ci appaiono come inquadrature filmiche quegli affreschi di una villa sfarzosa con le camere – luoghi di giochi rocamboleschi; eppure nessuna scenografia, solo i verba ed i gesti a servizio di un uomo, che ha elaborato una propria chiave performativa studiando la tecnica del cunto siciliano. Si assiste ad un pastiche di teatro, letteratura e cinema che grazie al sense of humor di Panaro nel metterlo in scena, si potrebbe dire che riabiliti l'opera di sapore barocco sulle combinazioni erotiche. Il verismo verghiano, capovolto a favore del descrittivismo di luoghi comuni, va di pari passo con il sovvertimento dei canoni dannunziani e così si finisce per sposare l'aforisma wildiano per cui è la vita ad imitare l'arte – o forse bisognerebbe modernizzarlo affermando che la "fiction" della vita supera quella da soap opera. «Panaro legge il racconto come fosse la prima lettura di un'infima sceneggiatura di una soap opera attendendo impaziente l'inappellabile responso del pubblico» (dal programma di sala).
C.A.M. c.so Garibaldi, 27, Milano – 25 febbraio 2010
08 / 03 / 2010
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