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Paolini e la Thatcher si interrogano sui 'Miserabili'


Miserabili - Io e Margaret Thatcher

Testi di: Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi, Marco Paolini, Michela Signori;

Musiche: Mercanti di Liquore;

Cast: Marco Paolini;

È vero, la gente ha bisogno di ridere, soprattutto in tempi di crisi come questo. Per questo motivo anche una cronaca come quella di Marco Paolini sulla difficile situazione economica e politica in cui versa oggi l’Italia, l’Europa e il mondo intero, provoca un sorriso. Vero anche che Paolini lo fa con ironia, tagliente a volte, ma pur sempre alleggerendo i racconti e gli aneddoti con battute, canzoni e balletti, interagendo col pubblico, facendo domande… Il suo monologo, come ci ha abituati nella sua carriera di rappresentante di un “teatro sociale” analizza gli ultimi trent’anni di storia sociale, politica, economica e di costume, parla delle trasformazioni che abbiamo vissuto, ricorda avvenimenti forse dimenticati. Senza trucco, né costumi assume la funzione di narratore, con la propria identità non sostituita, cioè senza interpretare un personaggio ma aiutandosi con la voce di alcuni dei suoi personaggi storici come Nicola, suo alter-ego già negli “Album” o l’operaio Gelindo e ponendo da parte loro e facendosi portavoce di molti, domande alla storica “lady di ferro” Margaret Thatcher rappresentante del mondo neo-liberista fondato sui debiti e sul superfluo, senza pretendere risposte, senza proporre soluzioni, ma analizzando così semplicemente, come pensieri ad alta voce, la situazione odierna. Coadiuvato e sostenuto da tre eccellenti musicisti, i “Mercanti di liquore” che lo accompagnano con ballate dal forte impatto emotivo create per l’occasione, in riflessioni e osservazioni lucide e appassionate, racconto e musica si intrecciano lungo un percorso di parole e melodie. Lorenzo Monguzzi (voce e chitarra acustica); Piero Mucilli (fisarmonica); Simone Spreafico (chitarra classica flamencata). Hanno un personalissimo approccio alla canzone d’autore, arricchito da composizioni proprie a metà tra le suggestioni delle melodie popolari e una ritmica prepotente e moderna.
"Questo non è uno spettacolo, ma è un carrello della spesa in cui metto le cose alla rinfusa alla ricerca di un ordine", è quello che spiega nel prologo, “ogni giorno sono stato costretto ad aggiungere, visto tutto quello che continua a succedere”, ma che ha un denominatore comune, un’unica origine simbolo di una catastrofica metamorfosi, la concezione della statista inglese creatrice del liberalismo sfrenato senza regole né umanità, che non considera la società ma solo individui e famiglie e miserabili. Tutto allora si snoda attorno ad un immaginario dialogo con la Thatcher si parla di ciò che era ieri e di come siamo diventati oggi, della mancanza di ideologie, del lavoro precario e della nascita di agenzie interinali, non molto diverse dalle agenzie di viaggio secondo Paolini, “entrambe occupano il tuo tempo libero per un tempo limitato”, o anche dei soldi di plastica, il bancomat che ha soppiantato il contante, i debiti, le rate, le differenze tra l’uomo antico, l’uomo moderno e l’uomo post-moderno, la sparizione delle fabbriche e la massima evoluzione del sistema terziario avanzato, le oscure manovre di marketing da cui restiamo stritolati, le dinamiche economiche che fanno parte del nostro quotidiano, la gente che non sa godersi la vita perché troppo impegnata a lavorare, insomma tutto gira attorno all’economia…
I miserabili sono le persone rassegnate, quelle che non lottano per cambiare questo modo di vedere le cose, sono quelli che hanno il destino scritto e lo accettano, sono coloro che si preoccupano di cercare delle chance per uno, mentre per gli altri non c’è niente da fare.
Come è nel suo stile Paolini traduce in battute drammaturgiche, in gesti, mimica, espressività attoriale, e canta, balla, salta come un fiume in piena irrefrenabile in una escalation dunque capace di toccare e coinvolgere tutti, arrivando anche a fingere di non ricordare una battuta per poi riprenderla nel finale in un tutto omogeneo, completo senza retorica ma con realismo.
E non manca il bis, concesso generosamente dopo due ore ad un pubblico entusiasta, per chiudere poi con un omaggio al grande Giorgio Gaber e per dire ad alta voce: “libertà è partecipazione”.

(Giusi Potenza)

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Argentina di Roma, fino al 18 Gennaio 2009.

Per informazioni: www.teatrodiroma.net

12 / 01 / 2009



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