Quattro fratelli, sono ''Le muse orfane'' di Bouchard

di Giusi Potenza.

La Fabbrica dell'Attore sceglie il teatro Argot di Roma per debuttare in prima nazionale con l'intenso dramma familiare del canadese Michel Marc Bouchard ''Le muse orfane''. E' Paolo Zuccari a dirigere sé stesso e altre tre splendide attrici: Antonella Attili, Elodie Treccani e Stefania Micheli. Siamo in un interno, è la casa di una famiglia, ma nel tempo in quella casa le cose sono molto cambiate, così come sono cambiati i suoi abitanti, ma andiamo con ordine. La scelta del periodo storico, non se ne parla, ma siamo indicativamente tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, lo deduciamo dai costumi, dal telefono fisso, quello grigio con il disco centrale, e dagli oggetti d'arredamento di modernariato tipico anni 70'/80'. La scelta scenografica è quella di lasciare sgombro il palco, sistemando ogni cosa, bauli, tavolo, tavolini e sedie, tutto intorno, appoggiati alle pareti, compresa la quarta parete, spalle al pubblico, ciò fa sì che i protagonisti si muovano liberamente nello spazio scenico, studiandosi, girandosi attorno, come animali in cattività, ognuno con la propria frustrazione, il proprio sentimento represso, dovuto per tutti e quattro, alla condizione di orfani. La tessitura drammaturgica prevede la presentazione dei personaggi uno per volta, il loro scoprirsi pian piano, fino a svelare il loro passato, quegli eventi che li hanno condotti fino a qui, ad essere quello che sono diventati.
Siamo a Saint-Ludger de Milot, paesino di provincia del Quebec nel testo, un villaggio isolato, culturalmente e socialmente, praticamente senza storia e non sfiorato dallo sviluppo economico, che pare aver trovato una dimensione comunitaria solo attraverso i codici di un fervore religioso e delle sue regole, spesso sfocianti in un ottuso bigottismo; in una imprecisata località della provincia italiana, in scena, il regista sceglie una denominazione meno precisa realisticamente, traslando e rispettando i caratteri imposti dalla realtà su un piano maggiormente simbolico ed universale. Questo permette di concentrare l'azione sulle dinamiche relazionali dei quattro personaggi e delle disfunzioni di una famiglia, che diventa patologica, arrestando e cristallizzando la crescita di ogni componente sia per l'abbandono subito e le carenza affettive che per le verità celate.
Le tre sorelle Isabelle, Catherine, Martine e il loro fratello Luc, (i nomi così come il cognome, vengono tradotti in italiano) sono cresciute senza genitori. Il padre è morto durante la guerra, la madre li ha abbandonati per scappare con il suo amante straniero e da quel momento Caterina, la primogenita, ne ha fatto le veci. A trent'anni dall'abbandono della madre, i quattro fratelli, ormai adulti, si ritrovano riuniti nella loro casa d'infanzia. E' Isabella, la più piccola, che li ha voluti di nuovo insieme. Cresciuta nella convinzione che sua madre fosse morta, ora sembra decisa a voler ''resuscitare'' il passato per risalire alla verità e lo farà ad ogni costo. Nel confrontarsi i quattro scoprono di non aver mai superato l'abbandono, ognuno di loro è prigioniero dei propri fantasmi, delle proprie paure e delle proprie frustrazioni. Il ricordo di questa madre disposta ad abbandonare tutto pur di essere libera, è per tutti qualcosa di doloroso ma allo stesso tempo di mitico e fiabesco. Si ritroveranno così a ''giocare alla mamma'' come quando erano bambini, evocando i momenti più importanti della vita di questa donna che rimane il personaggio più misterioso di questa vicenda tanto assurda e grottesca, quanto affascinante e coinvolgente. Ed è proprio attraverso la rappresentazione della loro madre e quindi attraverso un'esibizione di metateatro, che i protagonisti si avvieranno verso una conclusione che prende le sfumature di una resa dei conti. Poiché le cose spesso non sono quello che sembrano, i dolori più profondi sono difficili da lavar via e chi vuole ricominciare a vivere, a volte, ha bisogno di dar vita ad un teatro estremo in cui si gioca la vita e la morte, in cui la crudeltà più diretta, cancella un'inutile e superata ipocrisia, per rifiorire con una nuova vita, dalle ceneri di un passato doloroso e limitante.
La maestria di Bouchard sta nel ribaltare le prospettive, ha il coraggio di portare in scena le ipocrisie nascoste dietro l'amore fraterno, l'idea di una famiglia perfetta come illusione; la casa non è più un rifugio dal mondo esterno ma una gabbia con la porta socchiusa. L'assenza è resa protagonista: assenza d'affetto, assenza di comunicazione, assenza di verità. L'autore prende posizione nei confronti della società e della sua mentalità ristretta, dove regnano l’oppressione e il giudizio contro chiunque osi affermare la propria diversità e le proprie ambizioni a una vita diversa da quella della massa, del pensare comune. Nelle Muse orfane, il personaggio della madre appartiene a questa tipologia di emarginati, al contrario di sua figlia Caterina che si aggrappa disperatamente ai valori del mondo antico per paura dell'ostracismo da parte della società in cui vive. In compenso, il risentimento e il senso di colpa che la animano, la rendono vittima del suo paese e tiranno della sua famiglia. Martina non sa spiegarsi la sua scelta di arruolarsi, quasi emulando suo padre, il suo amare le donne è una ricerca di amore materno? Luca, il suo pensiero fisso è vendicarsi, farla pagare a tutti i ben pensanti che hanno spinto sua madre a fuggire e lui, loro, a vivere rifiutati e soli. Bouchard ne ''le muse orfane'' tratta una numerosa serie di argomenti: l' abbandono, la diversità, l'ignoranza, l'omosessualità, la frustrazione, l'impossibilità di essere se stessi, nel farlo utilizza l'ironia, un'ironia forte e pungente che talvolta diventa grottesca, la sua scrittura sorprende, emoziona e appassiona, le personalità che disegna sono tutte diverse e tutte complesse. Bravi gli attori nel cogliere i caratteri e renderne le tensioni, nell’ascoltarsi e ribattersi senza perdere mai il ritmo scenico.

09 / 02 / 2017

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