Rassegnarci alla ''Zombitudine''? Prima di tutto dovremmo riconoscerla

di Giusi Potenza.

Si conclude con Zombitudine il ''Ritratto d'Artista'' dedicato alla compagnia Frosini/Timpano. Lo spettacolo parte da un fermo immagine che fa pensare subito ad un cartoon, mentre il pubblico si accomoda in sala, sul proscenio un uomo è steso a terra, morto? In una posizione di quelle tipiche delle sagome dei cadaveri sulle vignette, una donna un po' più in là, è di spalle alla platea, spia attraverso la tenda rossa, un po' sbiadita, del sipario, guardando verso il palco, nel buio, cosa guarda? Sono immobili, i loro abiti, per fattezze e colori, la musica in sottofondo, fanno proprio pensare ad un cartone animato. L'immobilità non è di due morti, perché loro presto si rianimano, tornano a vivere, esattamente come i morti viventi per eccellenza: gli zombi. Ma non si tratta di uno spettacolo horror o splatter, quel che si cerca di rappresentare è piuttosto l'orrore della società, del paese e del momento storico. In effetti i livelli di indagine di Zombitudine sono almeno tre: sicuramente la lettura più immediata è quella di una conformità, un appiattimento del genere umano che ci ha resi tutti apatici, sottomessi e incapaci di reagire, come dei morti viventi, viviamo senza vivere. Il secondo livello di indagine riguarda il luogo prescelto alla rappresentazione, il teatro stesso, ma anche la cultura in generale, ovvero quell'unico luogo che ci potrebbe salvare tutti, ma che in realtà non ci salva da nessuno, rivelandosi esso stesso una trappola. L'amara critica nella battuta: ''nessuno verrà mai a cercarci qui, chi può pensare che ci sia qualcuno in un teatro?''. Sia il testo che la messinscena giocano sull'idea che il teatro ha, di essere un posto di resistenza, mentre è invece un posto di marginalità, dove la visione che si ha nell'immaginario comune è di un ambiente antico, e le attese di beckettiana memoria sono il massimo dell'avanguardia che lo spettatore conosce. Il terzo livello è l'essere, i due attori sono anche due persone, fanno parte della società dei morti viventi e lo sono essi stessi, rientrano in una generazione che non reagisce più, sono teatranti, quindi si aspettano di vivere in un luogo sacro, una zona franca, che in realtà non li salva, ma li porta anzi nella maggior parte dei casi a conformarsi, dove la sperimentazione di linguaggi nuovi, la veicolazione di messaggi alternativi, è sempre molto difficile e li tiene al di qua del sipario. Eppure basta, basta con i De Filippo, i Pirandello, basta con i capi firmati tutti uguali, financo la biancheria intima, è necessario difendersi, ma come riconoscerli? Loro sono uguali a noi, loro sono noi. Gli zombi non sono altro che dei morti resuscitati, viventi, in giro nelle città dei vivi, ma i vivi ci sono ancora? Lo spettacolo non è pessimista, anzi, si comincia proprio con una reazione a questo status di cose, si tenta di difendersi da ''loro'', gli attori si barricano in teatro con gli spettatori proprio per provare a difendersi, per non doversi uniformare. E allora richiamando Vladimiro ed Estragone aspettano, ma cosa aspettano? E cosa possono fare? Ovviamente quello che si fa sempre, niente. Tutta la prima parte si svolge in proscenio, in uno spazio minimo, un corridoio, nel quale si sta scomodi, non si sa cosa fare e occorre prendere una posizione, qui la drammaturgia si arricchisce di una sottile allusione politica. Tra occhiate furtive al di là della tenda, attese e tentativi di attaccare chi non arriva, si passa a snocciolare come fosse un rosario cantilenante, tutte le possibilità per capire chi sono loro, ed ecco l'altra finezza, loro sono le categorie, laddove si perde l'io e si diventa qualcuno insieme agli altri, non più individui ma masse: come i puffi, come i barboni, come i repressi, come i depressi, come gli illusi, come i disillusi, come le donne, come gli arrabbiati, come gli hare krishna, come i disabili, come i post-comunisti, ecc.
Nella seconda parte dello spettacolo, a sipario aperto, c'è la resa, i due ormai rassegnati e pacifici zombi, in una coltre di fumo, avanzano lentamente vestiti di tutto punto, emaciati come scheletri spolpati, che si sono inventati tutto: gli altri non ci sono, non è arrivato nessuno, siamo rimasti noi con un pezzo di cuore e un po’ di cervello, scheletri ancora rabbiosi, ma in fondo morti. Non fanno paura questi morti viventi, perché la morte non fa paura, è un passaggio naturale, ci arriva chiunque, ma non fanno paura anche forse perché hainoi, in quegli zombi ci riconosciamo. In Zombitudine, Elvira Frosini e Daniele Timpano piantano già i germogli di quel che sarà ''Acqua di colonia'', la frammentazione, le riflessioni sparpagliate, le battute accennate, e lo studio sul colonialismo, sono già presenti, seppure qui ogni concetto rimane più superficiale, più intuitivo che sviscerato. La drammaturgia si nutre di paradossi e contraddizioni, gli zombi come male da cui scappare, puzzolenti e sudici, che però sono anche belli, eleganti, non poi così male. I due autori sanno come usare l'ironia e strappare una risata anche (e soprattutto) affrontando temi tutt'altro che divertenti, in questo caso una rivoluzione perduta, anzi abortita, mai emersa, ferma a poche parole scritte con una tastiera su un social network, a un selfie o un video. Ma, se è vero che ci hanno abituati a discorsi non lineari, in questo caso si tengono probabilmente ancor più sospesi e per questo meno incisivi. Nonostante questo, avercene di Frosini/Timpano.

Teatro India - Roma

08 / 03 / 2017

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