Richieste d’aiuto mascherate da insulti, perché ''L’apparenza inganna''

di Giusi Potenza.

Una celebre compagnia teatrale, un importante drammaturgo austriaco e un testo raffinato, ecco gli ingredienti de ''L'Apparenza inganna'', che torna in scena dopo diciassette anni, sempre per mano della Compagnia Lombardi-Tiezzi, questa volta in co-produzione con l'Associazione Teatrale Pistoiese.
Nello specifico la regia è affidata a Tiezzi, che è impeccabile, tanto da vincere il Premio Ubu nel 2000, realizza un allestimento puntuale, elegante e intimo, ma anche dinamico. Prevede la ri-creazione delle due case dei due protagonisti, e vi invita il pubblico, facendolo entrare fisicamente prima nell'una, poi nell'altra, lo fa accomodare anche su divani posti nel perimetro del palcoscenico, dando la reale sensazione di entrare negli appartamenti dei personaggi, nelle loro vite, di guardare da vicino le loro manie, il ripetersi di abitudini e il sentirne empaticamente le solitudini, il non detto di cui il testo è ricco. Karl e Robert sono due fratelli, per noi sono rispettivamente Sandro Lombardi e Massimo Verdastro, due caratteri completamente diversi, un passato da artista per entrambi, giocoliere l'uno, attore teatrale l'altro, ormai in là con gli anni, legati oltre che da ovvi vincoli di parentela, anche dall'affetto per la recentemente scomparsa Mathilde, compagna e convivente di Karl, cognata affezionata di Robert, diversamente ma intensamente amata da entrambi, per convenienza o per affinità.
L'autore, Thomas Bernhard, dalla caratteristica personalità irrequieta, costruisce un testo su una rete di piccole ambiguità tra pensiero e parola, vero e falso, comico e tragico, colto e alla buona, ricorrendo continuamente alle proprie ossessioni personali, che sfugge ad ogni interpretazione univoca. I suoi logorroici protagonisti non sono da prendere del tutto sul serio e pensare che i loro farneticanti monologhi siano perle di verità o saggezza è quanto mai fuorviante. I protagonisti L'apparenza inganna, sono caratteri, più vicini alla maschera che all'introspezione psicologica o al realismo. La scrittura di Bernhard che è al contempo tragica e comica, si nutre di un pathos tragico così esagerato dal trasformarsi in comico. La trama è alquanto scarna, basata sugli incontri bisettimanali di questi due fratelli, che prevedono i martedì con Robert che fa visita a Karl e i giovedì, nei quali è Karl ad uscire di casa (con tutto il pubblico appunto) per recarsi da Robert. I rituali sono i medesimi, le sedie sempre spostate allo stesso modo, i bicchieri lasciati nella stessa posizione, i soliti argomenti, il Times, il canarino Maggie, Mathilde, i dialoghi sconclusionati e indipendenti l'uno dall'altro per quasi tutto il tempo, ognuno dei due parla tra sé, mai rispondendo a quanto appena detto. Prima si assiste ad un monologo del padrone di casa, che in attesa dell'ospite più o meno desiderato, chiarisce la propria personalità: il pedante e avaro ex giocoliere Karl, borioso e pieno di sé, arrogante con suo fratello come lo era sempre stato nei confronti della compagna di una vita, trattandola con sufficienza sia per le umili origini quanto per la poca cultura, così come racconta al povero uccellino Maggie in un torrente di parole, sull’onda dei ricordi e delle riflessioni, in una sorta di bilancio della propria vita, esprimendo senza mezzi termini il risentimento per la mancata eredità della casetta dei week end di Mathilde, andata a Robert invece che a lui. Dall'ipocondriaco e frustrato Robert invece assistiamo ad un inutile tentativo di mandare a memoria il testo scespiriano Re Lear e lo sfogo doloroso di un uomo sempre in competizione con il proprio fratello maggiore dal quale si è sentito giudicato e criticato per tutta la vita. Anche negli incontri tra i due, il dialogo è praticamente un monologo, non si rispondono, ma parlano alternativamente per riempire il silenzio, ognuno dei propri problemi, ognuno seguendo il proprio pensiero, eppure in questo non parlarsi e non ascoltarsi reciprocamente, riescono a dirsi molte cose, qui la raffinatezza dell'autore secondo cui l'oggetto della conoscenza non è la realtà in se stessa, bensì l'idea o la rappresentazione mentale di questa. Il loro incontro/confronto è ora duro, ora bonario, ora ironico e sarcastico, ora distaccato; due solitudini, due personalità amareggiate, due strane combinazioni di raffinatezze ed eccentricità, ognuna, a suo modo, prigioniera di sé stessa, due uomini all'apparenza assolutamente distanti, che in realtà nascondono vicinanze inaspettate. E' proprio nel falso realismo della doppia ambientazione in luoghi fisicamente separati, che Tiezzi inchioda i due alle proprie maniacali abitudini, alle loro insoddisfazioni, al vuoto lasciato da questa donna ''in comune'', specchio dei loro limiti e dei loro fallimenti, giocando sulla contrapposizione fra le rispettive personalità. La regia, attenuando inconsci rancori e aggressività sopite, rende palpabile e concreto il loro girare attorno al nulla che li attende, in un'atmosfera di sospensione ben piantata nella realtà.
Lombardi e Verdastro si calano con disinvoltura nei panni dei due fratelli, e seppur con qualche manierismo di troppo, affrontano con facilità estrema la difficoltà principale del testo, ovvero il parlarsi senza rispondersi, senza potersi appoggiare alla battuta precedente, in un susseguirsi di riflessioni aleatorie e indipendenti, dimostrandosi eloquenti anche nei silenzi che si scambiano, nelle espressioni del volto che indicano un giudizio più chiaro di mille parole. La dinamica del rapporto è sottilmente definita anche nei gesti, nelle espressioni, nelle azioni che tratteggiano quei rapporti di forza e quei piccoli crimini che caratterizzano la loro relazione.

Teatro India - Roma

11 / 02 / 2017

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