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Roma: Fausto Paravidino ci conduce nell’intimità di una casa e negli animi dei suoi protagonisti


La malattia della famiglia M;

Testo di: Fausto Paravidino;

Regia: Fausto Paravidino;

Cast: Fausto Paravidino, Iris Fusetti;

Questa brillante promessa del teatro italiano si conferma quale attivo protagonista e proficuo autore. Il testo in scena a Roma è stato scritto dall’autore su commissione tra il ‘99 e il 2000, ma Paradivino sceglie di metterlo in scena in Italia solo oggi, poiché come egli stesso ammette, lo ha protetto, aspettando di essere pronto per farlo, mentre è già stato rappresentato all’estero. La malattia della famiglia M., senza volerne svelare la trama, è un testo intimista, analitico rispetto ai personaggi e più in generale nei confronti di un mal de vivre. I protagonisti sono i componenti di una famiglia, un padre ammalato di una malattia non meglio identificata che lo riporta ad essere un altro figlio, richiede cure e pazienza, piuttosto che essere una figura autorevole e di riferimento, due figlie inquiete e disincantate che cercano una via di riscatto percorrendo strade molto diverse, ma commettendo entrambe degli errori fisiologi dovuti all’inesperienza del vivere, e un figlio più giovane e più attaccato all’idea di serenità e del voler vivere una vita "normale" nonostante tutto, nonostante il lutto per la perdita della madre che a quanto pare si è arresa rinunciando ad una vita frustrante e limitante. Gianni, interpretato dallo stesso Paradivino è un ragazzo/bambino, attaccato all’idea di famiglia che seppur goliardicamente, si sforza di fare da collante dei legami famigliari, preoccupandosi di riflettere e di trovare spiegazioni e relative soluzioni alla tristezza angosciante che aleggia per tutto il tempo nella casa e che avrà un epilogo infelice, snodo per un cambiamento radicale dell’intero nucleo familiare. Attorno ad essi gravitano altri personaggi, di cui l’autore ha bisogno per rompere le dinamiche di un malessere incipiente, a tratti un po’ buffi, portano una ventata d’ironia, ma che sono accomunati agli altri per quel che riguarda i problemi di incomunicabilità, le difficoltà nell’esprimere i sentimenti, che si limitano al vivere per abitudine come hanno sempre fatto. L’assenza di genitori fisici e spirituali, quale guida, obbliga questi personaggi ad una libertà e ad una responsabilità che loro vedono solo vestita da limitazioni e solitudine, e l’unico rimedio è quel ‘volersi bene’, troppo invocato perché possa concretizzarsi con la naturalezza e la spontaneità che tale sentimento richiede.
L’allestimento, oltre che il testo, sono dettagliati, ricchi di particolari, niente è lasciato al caso, la regia è equilibrata, senza eccessi e l’allestimento riporta alla migliore tradizione del teatro inglese. A tratti strizza l’occhio al montaggio cinematografico, un interno ed un esterno, molti black sinonimo degli stacchi tra una scena e l’altra, episodi che si incastrano non esattamente in sequenza, un disegno luci particolare ed efficace, l’uso dello slow motion, gli effetti di pioggia e neve che accrescono il senso di cupezza all’esterno così come nell’animo dei personaggi, in un paesino di una provincia nordica, il tutto molto curato a disegnare un ambiente asciutto e algido, tra Pinter, Ibsen e Beckett. Il testo è una partitura a più voci, fortemente teatrale e profondamente introspettiva, condotta su un abile equilibrio fra vivacità di toni e drammaticità di contenuti. La fresca scrittura dei dialoghi dà vita all’inevitabile scontro con imbarazzi e inadeguatezze, disegna la traiettoria dell’urto contro lo scudo che separa ciascuno da tutti gli altri, peccato che l’intensità del testo strida un po’ con un’interpretazione poco convincente. Gli attori si impegnano nello studio, ognuno del proprio personaggio, e sono certamente ben guidati, ma probabilmente troppo concentrati in quel che devono fare e dire , perdono di efficacia emotiva. La messa in scena risulta un po’ lenta, sfilacciata, i dialoghi pensati perché si rincorrano e accavallino perdono di ritmo nell’esecuzione e questo è un peccato.

Giusi Potenza

Lo spettacolo resta in scena al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 13 Dicembre 2009

Per informazioni: www.teatroeliseo.it


05 / 12 / 2009



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