Si sente ancora odore di ''Acqua di colonia'' con Frosini e Timpano

di Giusi Potenza.

Il teatro di Roma dedica un Ritratto d'artista al duo romano composto da Elvira Frosini e Daniele Timpano, drammaturghi, registi e interpreti; saranno infatti ospiti del teatro India con quattro dei loro successi, il primo ad andare in scena per tre repliche, è il più recente Acqua di colonia, già presentato nella capitale al Roma Europa Festival. Uno spettacolo molto maturo, intelligente e onesto intellettualmente, vi si affronta il tema praticamente sconosciuto del colonialismo italiano, ma lo si fa senza alcuna retorica, con molta preparazione e studio, con ironia penetrante e critica al perbenismo borghese. Soffermandosi sul periodo che va dagli anni '80 dell'800 ai primi anni '40 del '900 si giunge alla conclusione che anche nell'Italia liberale e nei primi anni della Repubblica, la mentalità colonialista è sempre stata ben presente e gli stereotipi sono diffusi ancora oggi. La storia del fascismo è una storia coloniale, ma il colonialismo non è una storia solo fascista. Il sogno di prendersi il proprio pezzo d'Africa nasce già nell'Italia postunitaria, ne accompagna i primi passi. Si tratta di un viaggio ricchissimo di contenuti che spaziano dalla storia alla politica, dall'attualità alla musica, dalla cultura alta di filosofi e saggisti, a quella popolare della tv o dei fumetti di Topolino, in una vena ironicamente surreale e stralunata che proprio per questo risulta più incisiva e insidiosa nel riflettere le innumerevoli contraddizioni e fragilità del nostro contemporaneo. Frosini e Timpano portano a compimento, se mai può essercene uno, la loro ricerca, testuale prima, ed estetica di conseguenza, in cui gli attori-autori sono sempre in dialogo con il pubblico e in bilico tra l'incarnazione di personaggi, mitologie culturali, topoi della Storia, frammentazioni, in un gioco di scivolamenti spiazzanti e dissacranti in cui pongono questioni radicali. I loro corpi in scena disinnescano, decostruiscono e incarnano le narrazioni della Storia, le derive antropologiche della società e un vasto materiale che si innesta nella coscienza contemporanea in un complesso dispositivo teatrale che a partire da una riflessione tra sé e con gli spettatori, si sviluppa in un dialogo teatrale che prende il via dall'immaginazione, dagli stereotipi più diffusi, dalla letteratura, riportando tutto nel quotidiano, per svilupparsi poi scenicamente nella seconda parte dello spettacolo. E' una maratona mnemonica di citazioni che toccano l'apice nella puntuale ripetizione di una guida turistica dell'Africa Orientale del '38. Un viaggio a perdifiato che smonta quell'idea consolatoria degli ''italiani brava gente'' rispettosi anche quando stizziti vorrebbero prendere a male parole se non peggio, lo straniero che per pochi spicci con accendini o rose, disturba l'aperitivo al bar, perché poi, subito dopo, questo pensiero fascista e razzista viene soppiantato da un razionale senso di colpa del radical chip, hipster spesso ipocrita, che cita Pasolini a sproposito senza averlo mai letto. Lo spettacolo si divide in due fasi, la prima a partire da una riflessione: è tutta colpa del colonialismo, ma sul colonialismo non sappiamo niente, spesso ed erroneamente pensiamo ad una parentesi negli anni del fascismo, la verità è che il colonialismo italiano è durato sessant'anni, ma è davvero acqua passata? No, ci è rimasto addosso, tante cose che accadono oggi sono dovute al colonialismo, come acqua di colonia che non riusciamo a lavare via. A questo punto in una fase tutta metateatrale i due prendono a pensare una possibile messa in scena della storia e cominciano a citare testi, canzoni, film, lo fanno lasciando in scena, immobile e in silenzio, ogni sera una donna di colore, un simbolo messo lì a ricordare a tutti di cosa si sta parlando e significativamente lasciato in silenzio ad ascoltare questa accozzaglia di stereotipi e luoghi comuni, concetti esposti e subito smontati, senza possibilità alcuna di replica né di esprimere il proprio punto di vista, così come è sempre stato. Come un treno ad alta velocità scorrono parole e riferimenti, si alternano monologhi frenetici a dialoghi contraddittori in un cortocircuito che diverte e punge. La complessa e ricca drammaturgia è stata composta con la scrittrice Igiaba Scego che li aiuta a fare un passo indietro dopo l'altro per ''civilizzarci'' e ridarci nuove certezze, attraverso il linguaggio impertinente e parossistico, cifra stilistica di Frosini/Timpano. La seconda parte prevede la messinscena di quanto favellato nella prima ed ecco il monologo finale de ''La mia Africa'', accanto alla parodia di uno spavaldamente finto ingenuo Montanelli, che racconta della sua sposa dodicenne africana, come una parentesi goliardica di gioventù, ovvia e pacifica. O ancora il reiterato sketch ''Angeli neri'' tipo Tognazzi/Agus a San Remo negli anni '50, con un ''meddi un negreddo nel duo sbeddagoleddo'' che diventa poi la messa in ridicolo dell’immaginario razzista rispetto al ''fai una cosa da negro''. E ancora Stanlio e Olio, la Mami di ''Via col Vento'', Bob Marley che litiga con Audrey Hepburn ambasciatrice Unicef e via così. Inutile descrivere lo spettacolo, non renderebbe mai quanto il vederlo, viverlo, sì perché è una considerazione nel qui e ora continuamente e fermamente dialettica col pubblico, in questo la sua forza, io spiego a me come a te, non lo sai tu e non lo so neanch'io. Non renderebbe parlare della bella voce della Frosini che canta ''Faccetta nera'' o ''Tripoli bel suol d'amore'' e non renderebbe men che meno parlare della perfetta parodia di Timpano nei panni di ''Topolino in Abissinia'' , che fa sorridere, anzi ridere ma di un riso triste e amaro, quasi rabbioso, riflettendo sulla crudeltà di quel che dice e di quel che rappresenta, svelando l'efferato utilizzo dei gas. Sarebbe impossibile descrivere la riuscitissima interpretazione di Elvira Frosini nei panni di Pasolini che si presta a civilizzare Ninetto/il negretto. Il colonialismo può sembrare un argomento datato, invece non è mai stato così attuale. Gli stereotipi e i pregiudizi che ieri accompagnavano il nostro sguardo sull'Africa, oggi sono transitati sui migranti. La coppia di autori provocatori di coscienze, indagatori delle macchie inconfessabili che si annidano nelle pieghe della nostra cultura sbandieratamente progressista e democratica, ci parlano dell'indifferenza e del malinteso senso di superiorità con cui ancora guardiamo alle popolazioni africane che ogni giorno arrivano da noi in cerca di riscatto. Acqua di colonia offre dunque un'utile lezione sul passato del nostro Paese, ma è prima di tutto una occasione per parlare della nostra coscienza politica e sociale, inesistente e inerme. Il colonialismo diventa uno specchio sul nostro presente, che vive dei rimpianti e delle recriminazioni di un passato che si fa eterno e che risucchia il nostro futuro. Siamo un popolo che vive in un limbo nel quale ognuno si assolve convinto perché noi siamo ''italiani brava gente''.
In sintesi uno spettacolo da vedere e sentire, perché non è acqua passata, è pungente acqua di colonia che ancora sentiamo.

Teatro India - Roma

04 / 03 / 2017

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