"T: TRALASCIANDO GODO" al Teatro Ygramul di Roma Comunicato stampa
“Compiaciuti”
presenta
T: TRALASCIANDO GODO
di Aniello Nigro
Lunedì 28 Gennaio 2008 TEATRO YGRAMUL Ore 21:00, Via Nicola Maria Nicolai 14, Quartiere Casale di San Basilio, Roma.
Regia: GIANMARIO CUCINIELLO
Con: ANIELLO NIGRO, EMILIANO DE MARTINO, CRISTINA CARRISI, MARIA RITA FRATELLO
NOTE DI REGIA
La compagnia “COMPIACIUTI” nasce a Roma nel segno dell’impegno a promuovere testi inediti di Aniello Nigro in prima istanza e d’altri autori sommersi del panorama drammaturgico nazionale e internazionale. La finalità della compagnia è quella di diffondere nel paese l’arte e la cultura del teatro, ripristinando la sua originaria specificità nonché le vecchie e più autentiche forme espressive (soverchiate oggi da contaminazioni talvolta poco proficue), custodi di quel sacro e intoccabile valore esistenziale che sapeva fare dello spettacolo dal vivo un vero evento didattico, morale e spettacolare. Gianmario Cuciniello firma la regia, oltre che le coreografie e la scenografia, di questo lavoro, omaggio al teatro dell’assurdo che l’associazione culturale COMPIACIUTI porta in scena . La messa in scena prende il via da una concezione della vita quale bersaglio di frustrazioni a partire da aspettative pretestuose; in parole povere presenta il tema dell’attesa inappagata come concezione saliente del vivere. Sullo sfondo di una società dominata dall’apparenza e dalla vanità di modelli fasulli elevati a idolo, emergono con forza le individuali attese dei protagonisti, le quali, attraverso il filtro dell’incomunicabilità, espressa da dialoghi e situazioni al limite del surreale, inscenano in chiave comica il dramma quotidiano. Lo spettacolo si divide in due atti. Il primo è ambientato in un apparato genitale maschile, dove due spermatozoi discutono sull’eventualità di una futura nascita. Ipsilon, determinato a fecondare un ovulo per poter diventare feto e infine uomo, sogna la vita, desidera il libero arbitrio che si possiede, secondo lui, al di fuori della “castrante” pre-vita fra le “mura” dei testicoli umani. Lo spermatozoo Ics invece si accontenta dell’esistenza manovrata dall’alto dal suo padroncino-uomo, di quel limbo fatto di rassicuranti gesti quotidiani e piccole vanità da spermatozoi, tipo quella di calzare la “scarpa”, come la moda suggerisce, per proteggere la coda (il flagello). Scarpa che denota, simboleggiandola, la sudditanza e, al tempo stesso, la fratellanza dei gameti* agli uomini che li governano, il loro bisogno di essere introdotti, masochistica ambizione, in quel mondo di apparenze. Ics e Ipsilon di certo sanno che all’incognita della vita si accede solo dopo aver superato l’epididimo* e, al termine di un’estenuante lotta con milioni di altri spermatozoi di cui uno solo potrà uscire vincitore, essere riusciti a introdursi nell’ovulo femminile; ma tutto ciò non senza il rischio di restare vittime dei condom*, diabolici marchingegni inventati dall’uomo, che ogni giorno mietono vittime fra gli aspiranti fecondatori. Ipsilon, il coraggioso, vincerà la sua sfida grazie ad un astuto espediente anti-condom, da lui brevettato. Nel secondo atto i protagonisti si rincontrano sotto nuove vesti, diventati ormai esseri umani, o meglio diventati Lorenzo e Simona Concretaccio. Inconsapevoli di essere fratello e sorella, e certamente ancor più dimentichi della loro comune vita spermatica, i due giovani si trovano nondimeno invischiati nella rete delle convenzioni sociali, eredi di quella zavorra delle apparenze dove le scarpe, la cravatta, l’educazione, la civiltà tutta coi suoi paradossi, hanno preso il posto delle schiavitù della pre-vita genitale e li hanno resi più distanti, più sordi, li hanno resi automi. L’incontro non è casuale: Lorenzo si presenta all’indirizzo di Simona a Roma, per consegnarle una lettera da parte del padre, emigrato in Argentina. Lettera dove verrebbe svelata, s’intuisce, l’agnizione fraterna, ma la quale resta per tutto il tempo nelle mani di Lorenzo, sigillata. Ciascuno dei due aspetta, anche in questa vita, che arrivi qualcosa a riempire il proprio vuoto, alimentando così a propria volta l’ingorda macchina dell’attesa, ma senza aprirsi a una vera comunicazione col mondo circostante. Irrinunciabile citazione di uno fra i più grandi maestri del teatro dell’assurdo, è costituita dall’incipit, ripreso da ASPETTANDO GODOT di Samuel Beckett. Partendo dal ciclico consumarsi della vita come attesa senza fine, destinata a perpetuarsi nell’inesausto rincorrersi di vita, pre-morte, morte, pre-vita e via dicendo, in una girandola di aspettative inappagate, Aniello Nigro, giovane autore dello spettacolo, non misconosce, ma abbraccia drammaturgicamente la filosofia beckettiana dell’assurdo. Si ricongiunge l’angoscioso ignoto beckettiano (il signor Godot) con un’altra immagine attesa la quale, a partire dalla macchina procreatrice (l’apparato genitale) tesse un nuovo sospensivo vegetare prima della vita;dalla pre-vita testicolare all’alienata e alienante vita umana, dal signor Godo al signor Godot e viceversa, senza soluzione di continuità. Allo stesso modo la “T” del titolo viene staccata da “Godot” e anteposta rispetto al titolo di Beckett a mo’ di ciclica metafora delle attese dei personaggi, manovrate da misteriosi signori che godono nel muovere i fili delle marionette umane.
Ufficio Stampa
Aristide Salvati tel. 0697277070 cell. 338 - 9919647 339 – 3225224 e-mail compiaciuti@libero.it
18 / 01 / 2008
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