«Compresi che gli uomini si parlano, sì, l’un l’altro, però non si capiscono; che le loro parole sono colpi che rimbalzano sulle parole altrui; che non vi è illusione più grande della convinzione che un linguaggio sia un mezzo di comunicazione fra gli uomini. Si parla a un altro, ma in modo che questi non comprenda. Si continua a parlare, e quegli comprende ancor meno. Si grida, si torna a gridare [...]. Le grida rimbalzano qua e là come palle, colpiscono, ricadono al suolo. Di rado qualcosa penetra negli altri, e quando accade è qualcosa di distorto».
Queste precise parole dello scrittore Elias Canetti esemplificano la logica “vitale” che la pièce “Educazione fisica” smaschera grazie al gioco teatrale. Qualcosa di distorto è penetrato nella società – e detta così riecheggia inevitabilmente il «c'è del marcio in Danimarca» di shakespeariana memoria. Qualcosa di distorto l'allenatore (Sabino Civilleri) della nostra squadra inculca agli allievi: if you can't, than you must.
«Per arrivare a ciò che non si ha, si deve seguire la via in cui nulla si ha; per arrivare a ciò che non si è, si deve seguire la via in cui nulla si è; per ottenere tutto si deve abbandonare tutto».
Lo spettacolo ideato da S. Civilleri e Manuela Lo Sicco e scritto da Elena Stancanelli, si presenta di poche parole, misurate, calibrate per risultare dei trapani perforanti nelle menti di adolescenti in crescita. Davvero per ottenere tutto si deve abbandonare tutto?
Con le spalle rannicchiate, il coach cammina confabulando con la sua pianta troppo perfetta, simbolo dell'uomo che desidera plasmare. La sua squadra di 13 alunni fa capolino, si rivolge a loro come se avesse di fronte a sé delle amebe perché loro non possono capire in quanto non sanno (o almeno questa è la sentenza da lui emessa). I ragazzi rispondono all'appello, un unico flusso dove è impossibile distinguere i singoli nomi per la velocità con cui son stati allenati a pronunciarli e a susseguirsi - già perché in questa jungla di selezione naturale la regola è essere/farsi un numero, essere riconoscibile dal colore della maglia.
Seppur con toni più sottili (e meno scurrili) rispetto al generale Hartman, sembra rivivere un'atmosfera da “Full Metal Jacket” (film di Stanley Kubrick del 1987). Il prof invasato, come un novello Hitler, vorrebbe forgiare dei Leonida da «quell'inutile gruppo di gente casuale» e lo sport del basket ben si presta ad una partita ad eliminazione a scapito del più debole. Il giovane “branco” cresce grazie al continuo allenamento fisico, fatto di esercizi dell'obbedienza e della comunanza, della vergogna e dell'arbitrio alternandosi a flessioni, punizioni tese a umiliare e creare competizione. E' così che dalla peculiarità del singolo si arriva all'omologazione: due squadre l'un contro l'altra armate di coraggio, fermezza, vergogna, arbitrio per essere invincibili.
Tuona la palla, impossibile vederla rimbalzare dolcemente, gli unici passaggi tra i ragazzi son sempre guidati da un sorriso di sfida ed è quel ritmo cadenzato dal fischio e dal palleggio a preparare ed evocare una danza tribale. Di forte impatto visivo e simbolico è, infatti, la coreografia che i bravissimi attori realizzano con una sincronia di movimento e di tempi sulle note di “Rabbia e tarantella” di Ennio Morricone (non a caso colonna sonora di “Inglorious Bastards” - film del 2009 di Q. Tarantino).
L' “Educazione fisica”, l'ora che dovrebbe sviluppare alla socialità si trasforma in un campo di battaglia dove si sbaglia, si riprova senza replicare e si continua a correre a colpi di 1,2,3,4...10.
Ma Civilleri e Lo Sicco si e ci domandano: c'è un limite? Fin quando si può accettare di essere automi o peggio ancora scegliere di esserlo?
In questa messa in scena dinamica ed essenziale del potere, in particolare noi giovani siamo chiamati in causa. Ritornando a quel tutto che secondo l'allenatore bisogna lasciar andare per ottenere tutto, è umano chiedersi cosa sia quel tutto per noi. Forse qualcosa per strada va persa per andare avanti e crescere, ma “Educazione fisica” docet, lo spirito di squadra si crea avendo rispetto di se stessi e dell'altro preservando la purezza del proprio io per quanto imperfetto possa essere.
Ci piace chiudere queste riflessioni sulle provocazioni, suggestioni e domande nate dalla visione di “Educazione fisica” con le dichiarazioni programmatiche dell'associazione culturale UddU (fondata da Civilleri, Lo Sicco, E. D. Idda e D. Livornese).
«L'associazione culturale UddU è un centro di vita associativa, autonomo, pluralista, apartitico, a carattere volontario e volenteroso, democratico ed antesignano. Nasce dall'incontro necessario di artisti e professionisti, che hanno deciso di unire le loro forze per sostenere progetti totalmente e provocatoriamente inutili alla società ma importanti per l'arte. […] UddU è un luogo protetto da un recinto dove con il sostegno degli altri, un'artista può seguire la sua ricerca ed esprimersi senza giudizi o pressioni esterne poichè questa condizione sostiene e garantisce la sua libertà». Ancora una volta un luogo palestra di vita, qual è il teatro, sa farsi veicolo di una comunicazione limpida, diretta e non distorta per farci (ri)scoprire quanto sia necessario avere la libertà di scelta, la libertà anche di poter dire: “no”.
Teatro CRT, Milano – 4 dicembre 2011
“Educazione fisica”
Progetto e regia: Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco; testo di Elena Stancanelli; Cast: Enrico Ballardini, Sabino Civilleri, Alice Conti, Giulia D’Imperio,Daniele Giacomenlli, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Dario Muratore, Chiara Muscato, Quinzio Quiescenti, Alessandro Rugnone, Francesca Turrini, Marcella Vaccarino e Gisella Vitrano.
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