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UN AMLETO PRIVATO DELL'ESSERE


"Amleto"

Testo di: William Shakespeare;

Adattamento e regia: Armando Pugliese;

Cast: Alessandro Preziosi, Carla Cassola, Ugo Maria Morosi, Francesco Biscione, Silvia Siravo, Giovanni Carta, Mino Manni, Simone Ciampi, Marco Zingaro;

Recensione di Maria Lucia Tangorra;

Mostra sin dall’esordio la particolare e inconsueta interpretazione curata dal regista Armando Pugliese del topico personaggio “Amleto”. La prima scena vede protagonista sul letto ospedaliero un Amleto (Alessandro Preziosi) configurato da un abbigliamento (Silvia Polidori) che richiama le camicie di forza, un bianco simbolico non nella consueta veste di candore ma di pazzia. Fedele alla logica del folle gli appare lo spettro del padre, come se fosse in preda ad allucinazioni e a uno stato confusionale; spettatore della visione è un Orazio fantasmatico (Mimo Manni), in un angolo, in ombra, seduto a uno scrittoio.
Un adattamento di Pugliese discutibile poiché sceglie di eliminare una figura chiave nel testo shakespeariano, Fortebraccio, detentore del potere positivo ed erede della verità e ancor più sono scarnificate le componenti classiche della tragicità di questo classico. Chiarifica questo intento nelle note di regia <<“il dubbio Amletico” non è tanto un ondeggiamento dell’animo, quanto piuttosto la necessità di far corrispondere la vendetta alla certezza della giustizia, e che il motore che spinge l’evolversi della tragedia è una strenua ed affascinante lotta per il potere>>. Lo spettatore si scontra con il proprio immaginario rovesciato, a tu per tu con un protagonista egocentrico, cinico, a tratti sarcastico e soprattutto per nulla intimistico, tradendo l’intenzione stessa di Shakespeare. Bisogna riconoscere al regista presupposti positivi, coadiuvati dalla musica sinistra dei Massive Attack e di Zero P:M, da luci primariamente cupe (Valerio Tiberi) – non tese a creare il solito gioco di luci e ombre – e da uno sfondo nero (Andrea Taddei), che si apre in funzione di entrate e uscite. L’operazione di rilettura originale, non volutamente esecutiva, rischiosa anche nell’avvalersi della traduzione poetica di Montale, è poco riuscita.
C’è da render merito a Preziosi di un lavoro sul personaggio – pur con un retaggio di gestualità e inclinazioni vocali alla maniera del conte Ristori - nella resa però manca di spessore. Un Amleto gestore del palco, persino fisicamente, quasi onnipresente e onnisciente, anche quando la scena non lo richiederebbe, ma molto resta in superficie creando un ritmo di narrazione poco coinvolgente. Il resto del cast convince meno dell’attore di fiction, si avverte una velata approssimazione, magari per avvicinarsi alla modernità, dimenticandosi di come Shakespeare abbia magnificamente tratteggiato ogni carattere.
Un assemblaggio d’idee e di stili, basti pensare che si passi dai ricercati costumi di corte rinascimentale a “divise manicomiali”, una scena minimalista da un salotto in design contemporaneo a una stanza da letto barocca.
Una dissacrazione del testo originale che non induce a riflettere né sui tempi dell’autore inglese né tantomeno sui nostri giorni – essendo venuto meno “l’essere o il non essere”. Lasciando al nostro attore protagonista tutto il tempo di giungere a maturazione, credo umilmente che l’unico pensiero naturale possibile, e con amarezza, possa concernere la ricezione attuale del teatro e se sia giusto che possa verificarsi un tutto esaurito solo per un nome di richiamo. Da giovane spettatrice mi permetto di affermare: ben vengano anche i nomi di punta, se aiutano a ripopolare le platee, ma approcciamoci con uno sguardo attento e personale nei confronti di un’arte qual è quella teatrale.

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Nuovo di Milano, fino al 5 Aprile 2009

Per informazioni: www.teatronuovo.it

31 / 03 / 2009



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