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VINCENT RIVER, un efficace esempio di teatro inglese contemporaneo

Vincent River;

Testo di: Philip Ridley;

Regia: Carlo Emilio Lerici;

Cast: Francesca Bianco, Michele Maganza;

Scena minimalista, misurata, lineare ma efficace, per l’allestimento di Carlo Emilio Lerici al teatro Belli. Il regista replica con il testo dell’anticonformista britannico Philiph Ridley e ripropone a Roma, dopo averlo già presentato e prima di spostarsi in altre città, Vincent River. Un testo assolutamente contemporaneo, che pur essendo ambientato spazialmente e temporalmente, siamo nella Londra del ventunesimo secolo, e pur essendo l’idea nato dalla fantasia dell’autore, ha il pregio di poter essere verosimilmente un tristissimo e spiacevolissimo fatto di cronaca di una qualunque città in un qualunque Paese, in un tempo indefinito. Un testo molto intenso che predomina su tutto, così pregno, portatore di emozioni e suggestioni da essere il vero protagonista. Alla parola, al racconto, fanno da spalla la messinscena, i personaggi, la recitazione, la regia, e quant’altro implicato nella resa.
Due i personaggi in scena, una donna e un "ragazzino", sconosciuti, hanno in comune molto, frustrazioni, lotte con la vita, solitudini, rabbia, e un amore, per lo stesso uomo, figlio per lei, amante per lui. David ha visto qualcosa che non può dimenticare. Anita è stata costretta a fuggire dalla sua casa, scappando alla cruda realtà che ognuno le sbatte in faccia e che lei non vuole accettare. Ma ad un certo punto le loro strade si incrociano, con conseguenze devastanti. Si incontrano, decidono di conoscersi seppur l’uno ha diffidenza ed imbarazzo nei confronti dell’altra, si raccontano… non è facile, gli episodi di cui hanno necessità di parlare, che vanno assolutamente svelati, non sono materia semplice, ma soprattutto sono stati nascosti per troppo tempo, sono stati tenuti lì in un angolino, liberarli diventa sempre più difficile; ed è allora che Anita, col suo fare materno e al contempo con la propria disperazione, sblocca la situazione, propone un gioco, un racconto a testa, un ping pong di confessioni, entrambi ne hanno bisogno, è necessario, per sciogliersi si aiutano, bevono, fumano, ridono, piangono… ma si ascoltano. È così che una madre, una donna molto forte, che ha dovuto lottare per tutta la vita, scopre di aver vissuto con un figlio che non conosceva, del quale non sospettava neanche la vera natura, ma che ha amato e continuerà ad amare. Il ragazzo prende coscienza del proprio essere, della falsità e dell’apparenza nelle quali ha vissuto fino a quel momento, del dolore che ha dovuto vedere, vivere, anche in casa, per tutta la vita.
Sono tanti i temi affrontati in Vincent River, non solo l’omosessualità, l’omofobia, ma anche l’incomunicabilità, la violenza, il conformismo, la fuga da sé stessi…
La regia è sottile, lineare, equilibrata, lascia molto spazio alla trama, che non è il caso qui di svelare, si serve degli oggetti di scena che rievocano fantasmi, aneddoti, verità… L’interpretazione degli attori lascia poco spazio alla suspense, tutto, emozioni ed eventi sono svelati con troppa facilità, la recitazione è controllata, misurata, soprattutto Michele Maganza esagera con la mimica, che risulta forzata perdendo in veridicità, mentre Francesca Bianco (sua madre nella realtà) è a tratti più intensa e naturale nei racconti legati all’infanzia e adolescenza di Anita. Gli interventi sonori osano poco, non sono molto originali, ma nel complesso lo spettacolo è da vedere, da interiorizzare, porta ad una riflessione su un’attualità non immediatamente digeribile da chiunque e ci si chiede quanto sia impossibile che episodi simili possano verificarsi in ogni momento.

Giusi Potenza

Lo spettacolo resta in scena al Teatro Belli di Roma fino al 17 Gennaio 2010

Per informazioni: www.teatrobelli.it

15 / 01 / 2010





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